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Professione Traduttore nel web – intervista a Laura Cattaneo

Interviste / Social Media Marketing

22 Settembre

Come è cambiato il lavoro del traduttore con l’avvento del web? Abbiamo intervistato Laura Cattaneo e abbiamo scoperto la risposta!

Sarà che anche io ho iniziato a masticare l’inglese ascoltando la musica di fine anni ’70 e a cercare il significato delle parole consultando un dizionario cartaceo, sarà che spesso mi ritrovo a leggere testi in lingua inglese e mi rifugio, con vergogna, in Google Translate e che adoro i veri professionisti appena ho conosciuto Laura mi sono detta ‘è lei! La donna dall’inglese perfetto, ma non solo, puntuale, precisa e ancora, ma non solo! É anche tante altre cose!’. E ci è venuta voglia di intervistarla per farci raccontare come il lavoro del traduttore si sia dovuto adattare ai tempi che cambiano sempre più velocemente. E Laura è stata brava a farlo e a fare la differenza, come piace a noi.

Quando nasce la tua passione per le lingue straniere?

Sembrerà banale, ma non ricordo un tempo in cui NON mi piacessero! Il mio ricordo più vivo legato all’inizio dello studio della lingua inglese mi riporta all’inizio delle scuole medie. Con la paghetta di ben tre o quattro settimane mi sono comprata il vinile doppio del concerto in Central Park di Simon e Garfunkel, e ho imparato tutte le canzoni a memoria, cercandomi il significato di tutte le parole che non conoscevo e seguendo la pronuncia cantando. Sono stata anche molto fortunata ad aver avuto sempre splendidi insegnanti di lingue, a partire dalle scuole medie, con un’insegnante che in tre anni ci ha insegnato tutto quello che so ancora oggi della lingua inglese, passando per il liceo linguistico, fino alla facoltà di lingue all’Università degli Studi di Milano, un corso durissimo, ma con insegnanti stellari.

Cosa ne pensi dell’insegnamento delle lingue nelle scuole?

Non insegno, quindi non ho idea della situazione attuale, se non per sentito dire da colleghi traduttori che esercitano anche la professione di insegnante. Per esperienza personale posso dire che in Italia abbiamo molti insegnanti che, per formazione e passione, sono fantastici, certo non molto aiutati dall’attuale situazione. La mia passione per le lingue è nata dalla musica angloamericana e sui banchi di scuola (a casa mia si parlava al massimo il milanese!), lì è cresciuta ed è stata nutrita, permettendomi di lavorare prima in azienda e ora come libera professionista. Insomma, una passione che mi dà anche da mangiare.

Traduttrice, ma non solo. Ti occupi di comunicazione, contenuti, testi legali in 4 lingue, revisioni e tante altre cose. Come è cambiata la tua figura professionale nel corso degli anni?

Come molte libere professioni legate al mondo della comunicazione, anche la figura del traduttore è cambiata moltissimo. Ne parlavo poco tempo fa con un amico e collega copywriter. Prima ci si limitava al nostro lavoro, scrivere o tradurre. I contatti erano pochi e basilari, sia tra colleghi che con i committenti. Oggi è un altro mondo. Lavoriamo immersi in una nuvola dove tutto e tutti sono connessi. Questo da un lato ci consente di costruirci network di sostegno, chiedere aiuto sui social per un dubbio e risolverlo in dieci minuti, eseguire le ricerche terminologiche, che per un traduttore sono fondamentali, in modo più approfondito e veloce. Ma dall’altro ha rivoluzionato la figura del traduttore, che oggi, per sopravvivere e prosperare, deve essere un professionista della comunicazione il più completo possibile, affiancando e guidando il cliente nelle scelte di localizzazione e internazionalizzazione, ponendosi come un vero “problem solver”, in grado appunto di risolvere problemi e offrire servizi non disponibili in azienda.

Personalmente offro servizi di traduzione di marketing e legale, revisione, transcreation, content curation, ricerca iconografica, e punto sempre a instaurare un rapporto di fiducia e collaborazione con il cliente, un tipo di rapporto che consenta a entrambi di dare e ottenere il massimo.

 

Quali sono gli aspetti che vanno maggiormente curati nell’esercizio della tua attività?

Occorre una formazione continua: sulle lingue di partenza, ma anche sulla lingua di arrivo, l’italiano, e sugli argomenti di cui traduciamo. Per esempio ho appena terminato un corso di perfezionamento in traduzione giuridica dei contratti e dei documenti societari presso la Statale di Milano, un corso selettivo a numero chiuso che mi ha consentito di approfondire i documenti più richiesti dai miei clienti. Poi occorre lavorare in stretta conformità a una chiara etica professionale: operare con correttezza e riservatezza; essere in grado di valutare la qualità del proprio lavoro e proporsi con tariffe adeguate a un professionista che non ha nulla da invidiare a un avvocato o un ingegnere, e il cui lavoro è delicato e fondamentale per la comunicazione di un’azienda, l’adattamento di una campagna pubblicitaria, l’esatta traduzione di un testo legale ecc. E infine occorre coltivare doti come precisione, rigore, attenzione al dettaglio, discrezione, collaborazione.

Se ti diciamo Google Translate come rispondi?

La traduzione automatica è una realtà e non possiamo nascondere la testa sottoterra. Ciò detto, è ancora molto, ma molto lontana dall’offrire un risultato di qualità, anche nonostante gli ultimi sviluppi annunciati da Google. Tanto è vero che la cosiddetta Machine Translation ha pur sempre bisogno di post editor, cioè di traduttori o editor specializzati in questo servizio che rendano comprensibile la traduzione elaborata dalle macchine. Comunque, se in futuro questo tipo di traduzione, sempre ben inteso revisionata da un traduttore umano, potrà trovare applicazione in ambito tecnico, per esempio nella traduzione di testi ampiamente ripetitivi come appunto i manuali tecnici, ben difficilmente sarà applicabile a campi nei quali l’elemento creativo è preponderante, come nella transcreation e nella traduzione di marketing, o dove si trattano argomenti di natura sensibile, come la traduzione medica o legale.

Quale lingua consigli di imparare per chi conosce solo l’inglese?

Cominciamo col dire che già conoscere bene l’inglese, e per bene intendo più o meno come un madrelingua, cioè il livello che traduttori e interpreti devono raggiungere per avere una carriera soddisfacente, è già molto difficile.

Personalmente lavoro da inglese, francese e spagnolo, ma l’80% del mio lavoro proviene dal mondo anglosassone, un po’ per mia scelta, un po’ perché gran parte del lavoro di transcreation proviene da agenzie di marketing e comunicazione inglesi e americane.

Le grandi campagne pubblicitarie e promozionali sono infatti spesso affidate a queste agenzie, che le confezionano in lingua inglese e che devono poi essere localizzate dai singoli paesi. Anche le campagne italiane di moda, profumi e lusso nascono spesso in questo modo, e non direttamente in italiano. A chi volesse imparare una lingua diversa dall’inglese oggi, per variare o per distinguersi a livello lavorativo, consiglierei cinese, giapponese e coreano, arabo, russo. Un mio sogno invece, quando e se avrò tempo, è approfondire lo studio dello svedese, che ho studiano un paio d’anni all’università, in questo caso semplicemente perché sono innamorata dei paesi scandinavi.

 

Cosa ne pensi dei corsi online come Babbel? E di chi impara grazie a telefilm e videogiochi?

Direi che se si ha voglia di imparare una lingua, ogni metodo è valido. Se si vuole studiare una lingua in modo serio, sceglierei corsi più strutturati, ma per migliorare la pronuncia e approfondire il vocabolario e il sistema comunicativo di una lingua, serie tv (che adoro), film e videogiochi sono un mezzo fantastico. Come anche la musica.

 

La prossima lingua che vuoi imparare? E una invece che non ti piace per niente?

Come già accennato, mi piacerebbe approfondire lo studio dello svedese. E mi piacerebbe imparare una lingua orientale, in particolare il giapponese, ma temo che questo rimarrà solo un sogno, visto il pochissimo tempo che ci rimane in genere alla fine della giornata. Una invece che non mi piace per niente? Ma nessuna, dai! (risposta ufficiale). Faccio outing (risposta sincera): il tedesco non mi piace proprio tantissimo, nonostante l’abbia studiato con profitto al liceo per 5 anni.

Ci racconti una tua esperienza di traduzione che ti è rimasta nel cuore? E anche un aneddoto divertente!

Progetti che mi sono rimasti nel cuore ce ne sono tanti. Ultimamente, due: la traduzione di un libro di saggistica sulle tecnologie digitali e le loro futuristiche applicazioni, perché è stata una bella occasione, è un argomento che mi interessa molto e, oltre che tradurre, ho imparato tantissimo; e poi la traduzione e adattamento di una campagna del Programma Alimentare Mondiale in collaborazione con l’Unione europea a sostegno dei rifugiati siriani in Turchia, perché è una campagna concreta, mirata a regalare un po’ di serenità a queste famiglie nella loro quotidianità.

Di aneddoti divertenti ne sono capitati tanti nel corso degli anni, anche perché credo che collaborare col sorriso dia sempre risultati migliori.

Ricordo ad esempio una telefonata dal direttore di un’agenzia inglese di traduzione e transcreation con cui collaboro da anni, fatta per parlarmi di un nuovo progetto, e passata invece a raccontarci tutti gli ultimi paesi visitati nelle vacanze: entrambi siamo appassionati di viaggio e, diciamo così, la passione ha preso il sopravvento sul lavoro, perché poi ci siamo salutati senza nemmeno sfiorare l’argomento lavoro. Si lavora insieme, ci si conosce e alla fine si condividono anche hobby e passioni.

Quale consiglio daresti ad un giovane che vuole intraprendere una carriera come la tua?

La professione del traduttore può essere svolta come dipendenti all’interno di agenzie di traduzione, presso enti internazionali e all’interno delle aziende. Se invece si sceglie di svolgerla come liberi professionisti, il mio consiglio è: pensateci bene. Nel senso che non tutti sono portati alla libera professione, che significa essere imprenditori di se stessi. Spesso sui social leggo domande di giovani che si affacciano alla professione che denotano la mancanza della pur minima iniziativa (oltre a errori grammaticali da far rizzare i capelli!).

Occorre essere proattivi, intraprendenti appunto, essere in grado di gestire una piccola azienda, dove si è traduttori, ma anche PR e social media manager di se stessi, contabili e project manager. Occorre impostare obiettivi e prevedere un’evoluzione costante.

E occorre proporsi sul mercato con tariffe che non si ripercuotano negativamente sulla categoria. Come in altri settori, anche nel nostro si sta assistendo a una discesa libera delle tariffe causata da persone – non uso nemmeno la parola professionisti – che lavorano per pochi spiccioli, avendo necessariamente vita (professionale) breve, ma nel frattempo danneggiando tutti. Bisogna lanciarsi sul mercato con cognizione di causa, sapendo che tradurre è un lavoro, non un hobby, un lavoro difficile, complesso e delicato, che offre tante soddisfazioni, ma solo se svolto da veri professionisti.

 

 

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Iolanda Saia
Posted by Iolanda Saia

Lavora come freelance dal 1987 nel mondo della comunicazione tra Novara e il Lago Maggiore. Spera in un mondo pacifico in cui discutere tutto in armonia e senza arrabbiature e un futuro fatto di viaggi in luoghi sperduti e lontani dal caos.

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